Giuseppe Berto (1914 Mogliano Veneto – 1978 Roma), scrittore veneto dalla penna inquieta e profonda, trovò a Ricadi (VV) una seconda patria. Dopo gli anni bui della guerra e il successo letterario de Il male oscuro, fu la Calabria – aspra, luminosa, segreta – a catturarlo e non lasciarlo più. Capo Vaticano, in particolare, divenne il suo rifugio e il suo orizzonte: lì costruì una casa semplice, affacciata sul mare di Capo Vaticano, immersa nella macchia mediterranea e nella luce abbacinante della Costa degli Dei, esattamente accanto a Il Giardino degli Dei e alle sue bellezze profumate, cuore propulsore del progetto imprenditoriale Acqua degli Dei.
In quella terra “di una bellezza ancora non guastata”, come lui stesso scrisse, Berto scelse di vivere lontano dai salotti letterari, in ascolto del silenzio, del vento e della fatica antica dei contadini calabresi. Fu un amore autentico e ricambiato, tanto che la Calabria entrò nei suoi scritti non come sfondo, ma come personaggio vivente, custode di una verità arcaica, dura e poetica insieme. Nel suo libro La Fantarca, scritto proprio a Capo Vaticano, si avverte tutto il senso di una ricerca: non solo letteraria, ma esistenziale. Lì Berto trovò la possibilità di rinascere, di liberarsi dal male oscuro attraverso la scrittura, il paesaggio, la lentezza. Oggi, la sua casa a Capo Vaticano è ancora lì, discreta tra i fichi d’India e i profumi del mirto e del lentisco, memoria viva di uno scrittore che scelse il sud per provare a ritrovarsi.
Abbiamo avuto l’onore e il piacere di incontrare sua figlia Antonia, che tiene viva la memoria del padre scrittore con un Premio Letterario e la gestione di una Associazione Culturale. Ringraziamo Antonia del tempo che ci ha voluto dedicare per rispondere alle nostre domande.
Giuseppe Berto, tuo padre, elesse Capo Vaticano come sua seconda casa, o come dice qualcuno, fu il suo buen ritiro. Cosa portò secondo te tuo padre a scegliere la Calabria e in particolare Capo Vaticano ?
Io credo che mio padre abbia amato la Calabria forse perché, in questa regione, intravedeva sia il passato che il futuro. Perché ne ha scorto la bellezza selvaggia e ha pensato di preservarla per le generazioni a venire. La regione non è cambiata molto dalla fine degli anni ’50 quando mio padre se ne infatuò. Forse è “storicizzata”, per usare una parola che oggi viene molto utilizzata. Perché, in realtà, “storicizzare” non è altro che vedere tutto in una prospettiva storica, ma non necessariamente cristallizzata. E in questo la Calabria insegna molto a chi vuole studiare sociologia. Io credo che Bepi, come lo chiamavano e lo chiamano ancora gli amici, amerebbe ancora molto il suo buen retiro e le persone che vivono nei dintorni di Capo Vaticano.
Il legame con la natura, il mare, la parte più autentica del Mediterraneo, che qui a Capo Vaticano sono molto forti. Che legame aveva tuo padre con la natura?
Per un uomo, uno scrittore il quale scrive: Appena la vidi seppi che quella terra, dalla quale si scorgevano magiche isole, era la mia seconda terra, e qui son venuto a vivere. Sto su un promontorio alto sul mare, è un panorama stupendo. E quando il giorno, dalla punta del mio promontorio, guardo gli scogli e le spiaggette cento metri sotto il mare limpidissimo che si fa subito blu profondo, so di trovarmi in uno dei luoghi più belli della terra”. Giuseppe Berto, introduzione a “L’Italia Vista dal Cielo: Basilicata e Calabria” di Folco Quilici credo che appaia chiaro che sia stata la natura ad attirarlo qui e che lui amasse, nel suo apparente modo di essere schivo, la solitudine che solo la natura incontaminata può offrirti. Poi, credo e ricordo che, per un uomo nato in Veneto gli aspetti ancora primordiali del mar Mediterraneo, le isole, i tramonti, fossero sprazzi di piacere ancor più intensi che per coloro che sono natii di luoghi come questo. Dici bene tu: a Capo Vaticano la natura è molto “forte”…
C’è qualche botanica, qualche pianta mediterranea, che lo affascinava nei suoi colori, nei suoi profumi ? Hai qualche ricordo in tal senso?
La tipologia di alberi piantati nella tenuta fu una scelta condivisa all’epoca tra mia madre e mio padre. Amavano entrambi le Acacie saline, resistenti al vento e alla scarsità dell’acqua. Teniamo presente che quando furono piantati alberi e piante al Capo non c’era ancora l’acquedotto.
L’acqua e’ sempre stato un fattore determinante – non è che qui piova molto – e quindi oltre ai Fichi d’India che abitano naturalmente da sempre nel nostro territorio, furono piantati gerani, rosmarino, salvia, alloro. Nel giardino che digrada verso la punta si trovano dei bellissimi glicini che, probabilmente, ormai, hanno più di 60 anni.
Insomma la cosiddetta macchia mediterranea ha trovato a Capo Vaticano degli estimatori, la mia famiglia, che ha cercato di mantenere vive le tipicità.
Casa vostra, è a tutti gli effetti un giardino mediterraneo a picco sul mare. C’è stato uno studio sulle piante, o tutto è venuto spontaneamente?
Se un nostromo molto anziano passasse oggi su una nave al largo di Capo Vaticano dopo che non vi era transitato per cinquant’anni rimarrebbe stupito: il Capo, quando mio padre arrivò, era granito e fichi d’india; oggi è un grumo di verde. Che dal mare si nota moltissimo. Tutto questo lo si deve a mio padre ma anche a mia madre perchè insieme decisero di chiamare a raccolta l’ombra, perchè senza di essa, e senza dunque gli alberi, vivere sul capo non sarebbe stato facile. Il granito attira i raggi del sole il caldo diviene insostenibile. Ma non ci sono stati studi o agronomi a gestire quello che è accaduto; è bastato voler creare una campagna a picco sul mare, quale è oggi la terra – o il “buen retiro” – che fu di mio padre e oggi il mio.
Acqua degli Dei come sai è un brand di profumi calabrese. Tuo padre usava un profumo, una colonia, che rapporto aveva con i profumi ?
Non usava profumi e la sua “acqua di colonia” era la salsedine che giungeva col vento e che si univa ai profumi di basilico, rosmarino e il sottile aroma dei fiori spontanei. Penso che questo fosse il profumo che amava di più. La Calabria offre anche queste opportunità.
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